Safari

di Ulrich Seidl

Film d'essai (ottobre 2017)

 

AL CINEMA

Ricchi turisti austriaci e tedeschi abbattono zebre e giraffe nelle riserve al confine fra Namibia e Sudafrica. Il regista segue le battute di caccia e registra voci e riflessioni dei suoi protagonisti: sul senso dell’attività venatoria, sul rapporto con l'Africa, sull'economia, la vita e la morte. Lo stile diretto e preciso tipico di Seidl non risparmia allo spettatore i particolari del mondo che documenta, evidenziandone impietosamente le venature grottesche, in un racconto che diventa lucido e tragico. Safari è una narrazione senza censure della realtà.Il film, presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia 2016, ha suscitato un ampio dibattito fra i critici cinematografici. Ulrich Seidl è uno dei più importanti documentaristi nel panorama cinematografico attuale: attivo dal 1980, ha girato poco più di venti film (ricordiamo Canicola, unico distribuito in Italia) con uno stile rigorosissimo, riconoscibile e mai ripetitivo.

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Il regista
Ulrich Seidl (1952) è cresciuto nel comune di Horn in Austria. La sua opera è caratterizzata da uno stile asciutto della messa in scena. Personalità forte, Seidl agisce sulla realtà spiazzando chi cerca di definire il suo cinema: documentario e fiction si mescolano senza soluzione di continuità. Il lavoro di Seidl ha segnato in maniera determinante  la recente generazione di documentaristi austriaci. I primi documentari sono Good News, Tierische Liebe, Models e Jesus, du weisst. La notorietà internazionale è arrivata nel 2001 con Canicola. La pellicola ha ricevuto il Gran premio della giuria alla Mostra del cinema di Venezia. Ricordiamo tra gli altri titoli la trilogia Paradise: Paradise: Love (2012), Paradise: Faith (2012), Paradise: Hope (2013), cui seguono Im Keller (In the Basement, 2014) e Ich seh (2014).

La critica
Il distacco con cui Seidl filma i protagonisti – evidentemente ignari di risultare sullo schermo figure grottesche e bizzarre – va ben oltre un’intenzione puramente derisoria ed evidenzia invece il totale scollamento di senso che esiste fra l’aberrante attività che svolgono e la totale mancanza di capacità logico-analitiche per comprenderne l’irragionevolezza. Dai lunghi piani sequenza a seguire e dai totali fissi dei cacciatori, appare evidente come Seidl voglia operare un ribaltamento mediante il quale i personaggi diventino essi stessi delle sorte di animali che si prestano allo sguardo di qualcuno. Mentre puntano i fucili contro zebre, gnu, giraffe e gazzelle la macchina segue il loro vagare senza meta, l’indugiare e l’attendere sommesso e li osserva fino a rendere quasi impossibile capire se l’occhio che scruta di nascosto sia quello appoggiato al mirino o quello che sta di fronte allo schermo.
La grazia e l’eleganza dei grandi mammiferi africani inoltre, cozza con l’immagine dei corpi (altro grande tema della cinematografia di Seidl) dei ricchi cacciatori bianchi. Per lo più fuori forma, appesantiti, sudati e affaticati pur nei loro abiti mimetici in perfetto stile coloniale, questi ultimi sembrano già delle specie di carcasse in disfacimento, dei dispositivi fuori posto, fuori tempo e fuori contesto. Perfetti interpreti di un’attività indefinibile e inconcepibile sia come sport che come hobby: uno spettacolo anacronistico e sconsiderato che somiglia a un circo, oppure a uno zoo, nel quale il prezzo del biglietto è commisurato al grado di efferatezza che si è disposti a raggiungere.
Anche se, se di spettacolo si tratta, sembra che a venire a mancare siano proprio le componenti del godimento. Nonostante le spiegazioni a favore della pratica venatoria – spesso prive di coerenza, parziali e fortemente intrise di un’intransigente prospettiva coloniale, per non dire razzista – in cui i protagonisti si prodigano parlando verso l’obiettivo, al momento dell’uccisione degli animali l’atmosfera sembra farsi rarefatta e priva di ogni emozione precedentemente evocata. Non c’è alcun vero appagamento nei gesti e negli atteggiamenti dei protagonisti e la soddisfazione – benché nei crismi di un contegno emozionale tradizionalmente associato al carattere teutonico – è sempre trattenuta. Mentre lo sgomento di fronte alla facilità con la quale è possibile privare della vita esseri tanto grandi e robusti ha quasi sempre la meglio. La sequenza della morte della giraffa è esemplare in questo senso e potrebbe da sola – per forza e intensità – sostituirsi all’intero film.
Di conseguenza, tutto ciò che viene mostrato – dall’uccisione al recupero delle carcasse fino allo scuoiamento e alla macellazione – si riduce a una routine banale nella quale i cacciatori bianchi e gli addetti alla ripulitura e allo smaltimento (che invece sono ovviamente neri) si muovono con azioni e gesti consolidati, senza tradire emozioni e senza dare spiegazioni. E sempre ben attenti e pronti a non lasciare tracce, a lavar via il sangue e a raccogliere i bossoli dei proiettili esplosi. Perché un meccanismo perverso atto a proteggere un sistema di norme, ordini e valori tanto conservatori quanto arbitrari, vuole che la prima regola sia quella (almeno) di non inquinare. (Lorenzo Rossi, cineforum.it)

Seidl continua la sua meravigliosa e spietata ricerca antropologica. È un collezionista di esseri umani e, come si faceva con le farfalle, li infila con uno spillo, che è la sua macchina da presa, e li racchiude in una cornice. (Camillo De Marco, cineuropa.org)

Attuando questa rude presa stilistica, Seidl con Safari mette “a nudo” la cattiveria gratuita dell’uomo a danno dell’essere umano “non pensante”, che agisce unicamente  per puro istinto. Per Seidl l’istinto è sinonimo di purezza contrapposto appunto alla ragione, vista come quel connotato maligno che permette all’uomo di recare un danno insanabile a ciò che lo circonda. (Alessio Giuffrida, cinematographe.it)

Noi l’Occidente e loro l’Africa. Siamo sempre i soliti, gli stessi predatori di quando eravamo i colonizzatori, sembra dirci. Continuamo a distruggere, a sopraffare, a ridurre l’africano a cosa, a qualcosa di subumano, anche se lo facciamo attraverso una forma di soft power come il turismo. (Luigi Locatelli, novocinemalocatelli.com)

Paese: Austria, Danimarca, Germania
Anno: 2016
Durata: 90'
Genere: documentario
Sceneggiatura: Ulrich Seidl, Veronika Franz
Fotografia: Wolfgang Thaler, Jerzy Palacz
Montaggio: Christof Schertenleib
Produzione: Ulrich Seidl Film Produktion, Österreichischer Rundfunk (ORF), ARTE Deutschland, Danish Documentary Production, WDR Westdeutscher Rundfunk

Festival: Premiére al Festival di Venezia 2016 - Fuori Concorso. Presentato poi nei seguenti Festival Internazionali: Toronto IFF, Bergen IFF, Zurigo FF, ArteKino / Online European FF, Nouveau Cinema Montréal, BFI London FF, Busan FF, Bogota IFF, All About Freedom FF Gdansk, Haifa FF, Mumbai FF. Kyiv IFF Molodist, Hof FF, Tokyo IFF, Sevilla Festival de Cine Europeo, Duisburger Filmwoche, IFF Braunschweig, Los Cabos IFF, Taipei Golden Horse FF, Heimspiel - Das Regensburger Filmfest, Mar del Plata, 11th Around The World in 14 Films Festival Berlin, Filmmaker Festival, Tbilisi IFF, Visioni Fuori Raccordo, Pune IFF, DocPoint - Helsinki Documentary Film Festival, IFFR, Göteborg FF, Austrian film week, Stockfish FF Reykkjavik , ZagrebDox IDFF, True/False Columbia USA, Thessaloniki Documentary Festival - Images of the 21st Century, Offscreen FF Brüssel, Sofia IFF, The Festival Of Documentary Films Ljubljana, CPH:DOX Kopenhagen, Docville Louvain, Eurodok Oslo, Istanbul FF, Hong-Kong FF, Espoo Cine, EDOC-Festival Quito

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